Data dell'intervista: 27/11/2018
Intervista a: Prof.ssa Filomena Morisco
 

La 'medicina di genere' nella Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige)

 
Al giorno d’oggi la medicina di genere è oggetto dell’attenzione e della considerazione di quasi tutte le società scientifiche. La Società Italiana di Gastroenterologia (Sige) è da tempo impegnata a sviluppare e approfondire questa branca della scienza medica nell’ambito delle malattie dell’apparato digerente. Ce ne parla la professoressa Filomena Morisco, gastroenterologa del Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia dell’Università di Napoli Federico II e membro del consiglio direttivo Sige.
Professoressa Morisco, qual è la ragion d’essere della medicina di genere in un ambito come quello della gastroenterologia?
Quella della medicina di genere è una prospettiva che apre a noi specialisti numerose possibilità di approfondimento e di riconsiderazione di problematiche connesse ad alcune patologie dell’apparato digerente. Farò un esempio attinente alla mia disciplina, l’epatologia: fino a poco tempo fa si riteneva che la prevalenza della colangite biliare primitiva fosse molto più alta nella popolazione femminile, con un rapporto maschi/femmine stimato addirittura a 1/9. Tuttavia, approfondendo gli studi epidemiologici in rapporto al genere, si è constatato che questo dato era sovrastimato e attualmente il rapporto maschi/femmine è stimato essere 3-4/1. Anche se la colangite biliare primitiva rimane una malattia che colpisce nella maggior parte dei casi il genere femminile, abbiamo dovuto constatare che le differenze non sono poi così nette. Ovviamente la medicina di genere è stata il presupposto per l’approfondimento di questo aspetto.
 
Più nello specifico, come viene affrontato il tema della medicina di genere nella Sige?
La Sige si occupa della valutazione scientifica dei dati che la medicina di genere apporta allo studio delle malattie dell’apparato digerente in generale, promuovendo un approccio rigoroso alle specificità di uomini e donne. Nei prossimi congressi probabilmente sarà previsto un corner sulla medicina di genere, e sicuramente sarà ad essa dedicata un’intera sessione che vedrà tra gli argomenti trattati la colangite biliare primitiva, la celiachia – anche questa con prevalenza più alta nel sesso femminile - e anche altre patologie in diversi ambiti gastroenterologici.
 
Alla questione di genere si accompagna anche la questione femminile, qual è il peso della componente ‘rosa’ all’interno della Sige?
In tutte le società scientifiche la presenza delle donne deve essere caldeggiata per mantenere un ‘equilibrio’ di rappresentanza. Noi della Sige abbiamo deciso di non puntare su questo aspetto, perché lo consideriamo un po’ superato e forse obsoleto rispetto a quelle che possono essere le necessità di una società scientifica. E per fortuna, aggiungo! Ad esempio nella Scuola di Specializzazione di Malattie dell’Apparato Digerente di Napoli, ove lavoro, abbiamo una lieve prevalenza del sesso femminile. Tuttavia uno studio dell’Università Federico II - dove esiste un comitato per la parità di genere – ha evidenziato una rarefazione progressiva del genere femminile che si accompagna all’aumento delle responsabilità e all’apicalità della posizione professionale. Questo vuol dire che ci meno donne nei piani più alti della gerarchia gestionale. Lo possiamo constatare molto bene se pensiamo che in Italia le professoresse ordinarie di Malattie dell’Apparato Digerente sono solo due su una trentina almeno di professori ordinari. Obiettivamente, viste le modalità di selezione che ancora sussistono in tutti gli ambiti professionali, nel nostro paese non si può ancora parlare di parità.
 
Secondo lei a cosa è dovuta questa situazione e come si potrebbe risolvere?
Qualcuno sostiene che non si tratta di un problema e che la parità verrà naturalmente nel corso degli anni, con l’ingresso nel mercato del lavoro delle nuove generazioni ove la distribuzione tra generi è più equilibrata. Secondo me questo pensiero non è del tutto vero, perché per raggiungere una parità che possa davvero definirsi tale non contano tanto i numeri totali di donne dedicate quanto appunto la loro presenza in ruoli apicali. Un’altra linea di pensiero sostiene che noi donne non riusciamo ad arrivare al vertice perché dobbiamo competere con un approccio maschile al problema, che intrinsecamente ci svantaggia. Io credo che questo ostacolo sia facilmente superabile, per la versatilità che ci caratterizza ed all’abilità di adeguarci anche a percorsi che non sono strutturati per la nostra impostazione mentale.
 

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