Data dell'intervista: 25/09/2018
Intervista a: Prof. SANTINO MARCHI
 

Le sfide del prossimo futuro della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige)

 
Quali sono le sfide che sono chiamati oggi ad affrontare i nostri gastroenterologi? A fornirci una insight view è il professor Santino Marchi, Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie, UOC Gastroenterologia dell’azienda ospedaliero universitaria Pisana e membro del consiglio direttivo della Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige).
Professor Marchi, quali sono i settori in cui la gastroenterologia italiana è oggi chiamata a concentrare i propri sforzi?
In medicina, e in particolare nel nostro settore, la formazione non si ferma mai. La vocazione all’educazione della Sige – che nasce dal suo essere costituita prevalentemente da docenti e ricercatori universitari - si sposa molto bene con questa necessità e per questo i suoi membri riconoscono la necessità di un costante aggiornamento. Ad oggi credo che si debba guardare con particolare interesse a settori relativamente nuovi, quali la nutrizione umana, ma credo anche che ci debba essere un recupero da parte dei gastroenterologi della gestione del paziente con tumore: sembra quasi che il nostro ruolo si risolva tutto nella diagnosi, momento dopo il quale si ‘passa la palla’ all’oncologo o al chirurgo. Credo invece che tutte le fasi di una patologia neoplastica – comprese quelle che seguono alla terapia - dovrebbero essere seguite anche dai nostri specialisti. E non mi riferisco esclusivamente ai tumori che interessano l’apparato gastro-intestinale.
 
Come si colloca la gastroenterologia italiana nel panorama internazionale?
È mia fondata opinione che la nostra gastroenterologia si posizioni sicuramente meglio di altre realtà ‘avanzate’ penso a quella tedesca per esempio. Sicuramente i nostri specialisti non hanno nulla da invidiare a quelli di altri paesi, quello che però ci penalizza è purtroppo la difficoltà nel fare ricerca nel nostro Paese. Questa situazione è probabilmente da imputare ad un coinvolgimento maggiore del settore privato, coinvolgimento che in Italia è demotivato soprattutto dalle grosse difficoltà burocratiche, organizzative e amministrative, che tutte insieme rendono difficile la collaborazione tra medico e azienda privata. D’altro canto, anche l’intervento da parte delle strutture ministeriali – quindi del settore pubblico - è carente, non offre molto. La Sige ha ovviamente in alta considerazione la ricerca , anche perché i suoi membri sono impegnati in prima persona nella produzione scientifica di alto livello, ed è quindi avvilente constatare questa situazione. Ma da bravi italiani riusciamo ad organizzarci e a trovare la nostra via laddove altri hanno la strada spianata.
 
Si parla spesso di disomogeneità tra regioni del nostro Paese, addirittura di sanità a ‘macchie di leopardo’ . Qual è il suo punto di vista in merito?
Penso che il quadro cambi molto a seconda della disciplina medica di cui stiamo parlando. Per esempio i pazienti con problemi gastroenterologici ricevono le stesse terapie dal Trentino alla Sicilia, anche perché la Sige – come le altre società di gastroenterologia italiane – tende a rispettare le linee guida nazionali o internazionali. Per questo motivo io non vedo una grande difformità tra Regioni per quanto riguarda l’intervento terapeutico, e nemmeno a livello diagnostico e gestionale. È una situazione resa possibile anche dalle Reti regionali – che consentono il dialogo tra diversi operatori di diverse sedi - in cui io credo molto, perché una volta applicato il percorso diagnostico terapeutico assistenziale adeguato, consentono un controllo maggiore del paziente.
 

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